Tutti sanno cos’è un cesto, pochi sanno cos’è un cestaio


Così si potrebbe riassumere, in una frase, lo stato dell’arte della cesteria in Italia, agli inizi del XXI secolo. Il cesto è ancora un oggetto comune e facilmente reperibile, mentre i cestai sono diventati una rarità. Il cestaio è una presenza inavvertita nel tessuto socioeconomico, un “antico mestiere” da esibire nelle fiere agricole o nei musei etnografici, una sorta di fossile vivente. Certo, nei paesi da cui importiamo questi manufatti, i cestai devono essere ben più numerosi, com’erano nel nostro paese fino a pochi decenni fa.

Questa situazione, infatti, si è venuta a creare in tempi relativamente recenti; l’enciclopedia Treccani, alla voce “vimini”, compilata nel 1937, ci dice che “L’industria dei vimini, famosa nell’Estremo Oriente e notevole anche in varî paesi europei, come, per es., in Francia, nella Bassa Austria, in Olanda, nella regione del Neckar, ecc., occupa, in Italia, un posto tutt’altro che trascurabile fra le industrie minori.” E ancora, poco più avanti: “L’industria dei vimini ha, in Italia, i centri di maggiore produzione nella Brianza e nelle provincie di Treviso, Asti, Firenze; seguono Udine, Fogliano di Monfalcone, Brescia, Genova, Roma, ecc. Complessivamente essa dà lavoro ad alcune migliaia di operai, con una produzione annua che si aggira sul valore di 10 milioni di lire e che copre interamente il fabbisogno nazionale, non solo, ma alimenta, in condizioni normali, una relativamente notevole corrente d’esportazione. Infatti, nel 1929, ad es., l’esportazione di vimini lavorati superò i 13 mila quintali per un valore di oltre sette milioni di lire; principali centri di sbocco la Grecia, l’Argentina, l’Egitto e la Germania.”

Non è difficile determinare le cause della fine dell'”industria dei vimini”, quel che stupisce è come, in pochi decenni, sia stata quasi totalmente cancellata anche l’esistenza delle botteghe artigiane, ben più antiche e diffuse dell'”industria”, che già dal medioevo si riunivano in corporazioni in molte città. Anche l’autoproduzione familiare, che nelle aree rurali era un’attività consueta della stagione invernale, è praticamente scomparsa.

L’intreccio di fibre vegetali veniva inoltre praticato, non solo nel nostro paese, in situazioni di reclusione: da persone detenute in carcere, internate in manicomio, marinai imbarcati su lunghe rotte… Senza dubbio, si tratta di un’attività perfetta per chi ha tanto tempo da perdere e scarse prospettive di reddito: proprio per questo, oggi è una professione “troppo modesta” per un’economia di mercato, in cui il tempo si misura in denaro; costituisce invece un’occupazione ideale in economie di sopravvivenza o di autosufficienza, in cui è necessario o preferibile soddisfare i propri bisogni senza spendere moneta.

Sono, fra altre cose, una cestaia. Le mie riflessioni sull’argomento provengono dall’esperienza diretta e dallo scambio di idee con altre persone che praticano quest’arte. Dico “arte” e non “mestiere”, perché è difficile trovare qualcuno che faccia della cesteria una professione, e considero cestaio chiunque pratichi quest’arte nel presente, per qualunque motivo lo faccia. Sono soprattutto queste persone che “salvano la tradizione”, mantenendola in vita, ed essendo rare, è meglio riunirle sotto un’unica definizione, piuttosto che suddividerle in “professionisti”, “apprendisti”, “dilettanti”, “ricercatori”, “artisti”, eccetera. Un amico, cestaio-pedagogista, suggerisce la definizione “chi intreccia vegetali”, includendo anche chi impaglia sedie e chi fabbrica corde, scope, stuoie, reti da pesca… Restiamo, comunque, in pochi.

Cercando di valutare i fattori di resilienza, cioè le possibilità di reagire positivamente a quello che può sembrare un declino irreversibile, non mi sento troppo pessimista. Prima di conoscere un vero cestaio, credevo che nella mia regione non ce ne fossero più. Poi credevo che fossero tutti, come il mio primo maestro, molto anziani, che avessero imparato da bambini, in casa, e che avessero fatto cesti per tutta la vita, come i loro avi. Poi ho incontrato altri cestai, a volte più giovani di me, e ho rivisto i miei pregiudizi iniziali: le persone che si dedicano all’intreccio sono uomini e donne, vecchi e giovani, vivono in campagna e in città. Semplicemente, queste persone non sono molto collegate tra loro, e non hanno molte occasioni per incontrarsi.

Dal punto di vista demografico, è probabile che i cestai contemporanei siano soprattutto anziani in pensione (e per fortuna ci sono!), ma esistono anche persone più giovani, che imparano l’arte per motivi diversi dal “farne un mestiere”: semplice curiosità, gusto per fai-da-te, interessi botanici, ricordi di famiglia… Se questi motivi sono insufficienti a creare una nuova generazione di artigiani e operai specializzati, tuttavia bastano a far sì che non tutto sia perduto.

Le persone che desiderano imparare sono diverse, e hanno motivazioni di intensità variabile. La maggior parte delle persone a cui insegno a intrecciare non proseguono, per vari motivi: poco tempo libero, problemi nel reperire e trattare il materiale, poco spazio in casa… Alcuni si scoraggiano quando si rendono conto del tempo e dell’impegno necessari. Altri, un’esigua ma significativa minoranza, si appassionano e continuano. L’apprendimento della cesteria per libera scelta è senz’altro preferibile all’esercitare un mestiere per consuetudine ereditaria o per mancanza di alternative, come avveniva in passato; anche gli apprendisti che “fanno tutt’altro nella vita”, e non intendono né raggiungere livelli di eccellenza né salvaguardare particolari tradizioni, possono portare benefici, come l’opportunità di riunire diverse competenze, di altri “mestieri antichi” – falegnameria, tessitura, arte dei nodi – così come di “professioni attuali” – architettura, design, progettazione del verde, upcycling. D’altra parte, molte persone cominciano o ricominciano a far cesti proprio dopo la pensione, avendo più tempo libero e meno preoccupazioni economiche.

L’Italia, a differenza di altri paesi europei, non ha istituzioni pubbliche che tutelino e promuovano questo sapere, come scuole, sindacati, associazioni di categoria; esistono, sì, qualche prezioso museo, a testimonianza delle eccellenze del passato, e alcune associazioni e gruppi locali, che organizzano fiere, corsi, mostre, siti web. Chi vuole imparare, oltre a rivolgersi a loro, può trovare per conto proprio un maestro, un manuale cartaceo o un tutorial su internet; non è necessario, insomma, imparare in una scuola, né da una persona in carne e ossa, ed è possibile impararare in più modi. Mancando una scuola che fissi “la regola d’arte” e conferisca titoli, si incontrano insegnanti diversi, per formazione ed esperienza: specializzati od eclettici, tradizionalisti o creativi, rigorosi o approssimativi. Questa indeterminazione può costituire un problema nella conservazione pedissequa delle lavorazioni più complesse; tuttavia, in un’ottica di lungo periodo, risulta evidente che il mantenimento di qualunque tradizione implica un costante rinnovamento.

Per quanto riguarda le materie prime, assistiamo a un paradosso: si trova in commercio una gran varietà di materiali importati, anche da molto lontano, quando a due passi da casa c’è tutto ciò che occorre, spesso a costo zero. Anche se sono molto rare le coltivazioni intensive di salici, tutte le piante tradizionalmente usate per l’intreccio, spontanee e coltivate, sono ancora disponibili sul territorio, a volte in abbondanza (ad esempio la vitalba nei terreni abbandonati, valida alternativa al midollino proveniente dal sudest asiatico). Quel che va perdendosi è la conoscenza riguardo a come coltivarle, raccoglierle e utilizzarle. Questa conoscenza di una pianta (cioè, la sua valenza antropologica) è spesso vicina al luogo in cui essa cresce, tuttavia l’industrializzazione dell’agricoltura ha mutato radicalmente il paesaggio rurale e le abitudini dei contadini; così i salici sono diminuiti, e il grano a paglia lunga è stato sostituito, ma sono nel frattempo apparse anche nuove piante, non autoctone, che potrebbero rivelarsi adatte: come l’amorfa che invade i letti dei fiumi, o i glicini, i bambù e le palme dei giardini… Si apre qui un campo aperto alle sperimentazioni, e alle contaminazioni con altre culture, con artigiani di altri paesi. In pratica, chi intreccia è meno vincolato di un tempo, per la scelta dei materiali, al territorio in cui vive e opera; può coltivare le piante che occorrono, o raccogliere piante spontanee (magari sperimentando tutto ciò che trova a portata di mano), oppure, al contrario, comprare prodotti grezzi o semilavorati, senza preoccuparsi di conoscere le piante e i luoghi da cui provengono. Sotto questo aspetto, è a rischio la tradizione di impiegare nei diversi luoghi le piante che lì sono disponibili, cioè la continuità dei rapporti, stabiliti nei secoli, tra artigiani ed ecosistemi: la grande biodiversità che caratterizza il nostro paese si è tradotta in una varietà impressionante di tradizioni regionali e locali.

Dal punto di vista commerciale, come ho già detto, non c’è concorrenza con l’invasione di prodotti importati, che detta un valore di mercato molto basso; del resto, anche il commercio equo vende cesti d’importazione… I manufatti dei cestai italiani sono perlopiù destinati ad “intenditori”. Viene da chiedersi se un’arte la cui origine precede di millenni l’invenzione del denaro possa essere praticata anche in assenza di un mercato.

Se non sono troppo pessimista, è perché si può intrecciare in tanti modi e per tanti motivi. Raramente per campare, più spesso per passione, a volte come passatempo. Per autoprodurre un oggetto utile o creare un’opera d’arte, per fare un regalo o un esperimento, seriamente o per gioco, per ricordare o per mostrare come si fa. Tanti modi per insegnare a comprendere il significato di gesti che compiamo da millenni, ovunque nel mondo, e che fanno parte del passato come del presente.


Arianna Ancarani






















































































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