Elle come lavoro. L'intreccio in un racconto di Goffredo Parise



Capita raramente di incontrare dei testi letterari che parlano di cesteria, o più estesamente di intrecci vegetali. E quando capita, è sempre un'occasione per osservare quest'arte da un punto di vista inconsueto, diverso da quello di chi la pratica, e proprio per questo prezioso.

Ne I sillabari di Goffredo Parise, la raccolta di racconti considerata il gioiello dello scrittore vicentino, alla lettera elle si trova un racconto intitolato Lavoro. Il lavoro di cui si parla è per l'appunto l'intreccio.
Lo scrittore vicentino visse per lunghi periodi in località Salgareda (letteralmente, “saliceto”), in una piccola casa sulla riva del Piave, che aveva acquistato nel 1970 e che aveva abitato fino al 1982, cioè negli stessi anni in cui scriveva i racconti de I sillabari. È dunque possibile che il racconto sia ispirato all'esperienza diretta di quei luoghi, in cui i salici disegnano il paesaggio fluviale e campestre, e in cui il lavoro di intreccio era un'attività usuale e assai diffusa fino ai primi decenni del Novecento... Mentre nell'agosto del 1970, in cui il racconto è ambientato, era già un fatto insolito e quasi misterioso. Il protagonista, mentre guida per una strada di campagna nell'afa pomeridiana, nota uno strano oggetto trasportato da uno strano personaggio. L'oggetto non è un cesto: da lontano è “qualcosa di bianco, leggero ma ingombrante”, che sembra uno scheletro, poi da vicino un mobile, un'angoliera o una cornucopia, e poi verrà definito un lavoro per nozze o una corona da morto. Sappiamo che è di vimini sbucciato, bianchissimo, e di midollo di giunco, colorato con pennellate di colori vivaci... sebbene venga descritto dettagliatamente, é piuttosto difficile da immaginare. Del resto, anche il suo artefice è un personaggio difficile da decifrare: alle semplici domande del protagonista, affascinato dall'oggetto e interessato ad acquistarlo, l'artigiano risponde con ironie e reticenze spiazzanti. Eppure, in questo dire e non dire, fornisce molti elementi essenziali del lavoro d'intreccio e delle sue usanze, che nel procedere del racconto compongono poco a poco un vero ritratto del mestiere, che non è evidentemente nobile, anche se richiede grande abilità, e non ha “nessuna impostazione commerciale”, anche se tra i due avviene una compravendita.
In questo mestiere si producono vari tipi di oggetti, a volte su richiesta, ma soprattutto in base al materiale a disposizione. Si lavora con quello che si trova, spostandosi secondo la stagione, portando sulla bicicletta i pochi attrezzi che servono, a volte potando abusivamente in terreni privati e rischiando di farsi prendere a bastonate. Si lavora all'aperto, anche di notte se c'è la luna, e si dorme qua e là, nei campi o nelle case dove si lavora in cambio di vitto e alloggio. Ma c'è qualcosa di più. Si lavora per conto proprio, senza padroni. Il vecchio, modesto e sicuro di sé, dichiara che ha fatto anche l'operaio in una officina meccanica, “ma quello non era, come si dice, non era un lavoro-lavoro, c'era anche un padrone. L'ho fatto perché mi ero sposato, ma poi ho ripreso il mio, di lavoro.” In queste poche frasi l'uomo esprime l'amore per un lavoro autonomo e scelto, quasi vocazionale, che tante volte ho percepito nei racconti di persone in carne e ossa che svolgono questo mestiere.
Parise ci racconta un lavoro che è anche un modo di vivere, al tempo stesso umile e libero, anacronistico e arcaico, e ce lo racconta dal di fuori, attraverso lo sguardo di un osservatore curioso, che indaga senza arrivare a una comprensione completa, senza esaurire il suo stupore. Come affermava il critico Cesare Garboli, Parise “invoglia a pensare che il mondo sia raccontabile, e che la sua raccontabilità sia una meraviglia da scrutare attraverso un foro minuscolo”.

Arianna Ancarani


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