La vitalba: un rampicante da intrecciare
Tra le infestanti diffuse nelle nostre
zone, la vitalba (Clematis vitalba, Ranunculacee) è una delle più
difficili da tenere a bada: le sue liane, lunghe fino a venti metri, si
avviluppano intorno ad alberi e recinzioni, e crescono rapidamente
formando grovigli inestricabili. Tuttavia, esaminandola da altri punti di
vista, anche la vitalba è una pianta interessante, e invece di tentare di
eliminarla (missione quasi impossibile!) possiamo imparare a utilizzarla.
A scopo alimentare, in primavera si
raccolgono i getti giovani, da mangiare cotti, ad esempio saltati in
padella o nelle frittate, da soli o insieme ad altre erbe selvatiche;
consumati in modiche quantità, hanno proprietà diuretiche e depurative. È
importante mangiare soltanto i giovani germogli, perché il resto della
pianta contiene un alcaloide velenoso, l’anemonina. Questa sostanza
tossica si volatilizza durante l’essiccamento. A chi volesse utilizzarla
per lavori d’intreccio, sconsiglio di utilizzarla fresca durante il
periodo vegetativo perché può irritare la pelle delle mani; quella
raccolta in inverno non dà problemi.
I suoi lunghi tralci sono
tradizionalmente utilizzati per la tessitura di cesti e per legare le
piante ai loro sostegni: si raccolgono in inverno, potando le liane di
uno-due anni. Le liane si possono usare fresche, dopo essere state
sbucciate, oppure se ne fanno dei rotolini e si fanno seccare; dopo un
ammollo di un paio d’ore in acqua tiepida, tornano flessibili.
Qualche anno fa, avendone potata una
buona quantità, ho costruito una “compostiera biodegradabile” molto facile
da riprodurre: si pianta un certo numero di paletti, distanti tra loro
15-20 cm e alti da terra circa 1,20 m, a formare un circolo o un
rettangolo, poi si procede alla tessitura con le liane, meglio se grosse e
ramificate, passando alternativamente davanti a dietro a ogni paletto,
fino ad arrivare in cima. Per lavori grossolani, come questo, si sceglie
un albero, o più di uno, infestato di vitalba, e lo si libera
completamente, poi si utilizza tutto ciò che ne risulta, dopo averlo
opportunamente sgrovigliato e prima che si secchi.
Con lo stesso sistema, prima della
diffusione delle reti metalliche, si facevano rustiche recinzioni. In
questo modo si impiegano grandi quantità di materiale, liberando molti
alberi dall’abbraccio invadente del rampicante. Le liane che salgono sugli
alberi sono migliori di quelle che strisciano al suolo, per raccoglierle
si tagliano vicino a terra e poi si fa “il tiro alla fune”, stando attendi
a non danneggiare l’albero e a non farsi male, con i rami secchi che
potrebbero spezzarsi e cadere. Il periodo giusto? In inverno, quando la
pianta è a riposo, con luna calante. In questa stagione le liane più
giovani, le più adatte per fare cesti, hanno la pelle bruna e “croccante”,
ed è facile sbucciarle rigirandole tra le dita.
Ho fatto alcuni cesti interamente di
vitalba, sperimentando perché non ne avevo mai visto uno, e credevo fosse
molto complicato… Invece si può fare. Bisogna solo tener conto dei nodi,
in corrispondenza dei quali la liana non si piega, e della consistenza
morbida, che non permette pieghe “a gomito”.
La vitalba somiglia infatti al midollino
(o rattan, o rotang) un materiale da intreccio ricavato da un’altra liana,
di dimensioni molto superiori, che cresce nel sudest asiatico, e di cui
sono fatti la maggior parte dei cesti d’importazione. Il midollino è un
materiale non molto sostenibile dal punto di vista ambientale, per vari
motivi: viene raccolto depredando le foreste tropicali, oppure coltivato
in monocoltura dopo aver disboscato le foreste, inoltre viene trafilato
industrialmente e sbiancato con cloro, e percorre migliaia e migliaia di
chilometri per arrivare a noi. La vitalba, per chi fa cesti, è una valida
alternativa al midollino: cresce in abbondanza un po’ ovunque, nei boschi
e nei terreni incolti, non c’è bisogno né di coltivarla né di comperarla.
Arianna Ancarani
tramedelbosco.it

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